Da ERIS al James Webb: così la tecnologia ha portato alla scoperta del nuovo esopianeta Beta Pictoris d

Immagine di Beta Pictoris d ottenuta con lo strumento ERIS del VLT dell'ESO: la freccia indica il nuovo esopianeta, mentre a sinistra è visibile Beta Pictoris b.
L’immagine ottenuta con lo strumento ERIS installato sul Very Large Telescope (VLT) dell’ESO mostra il nuovo esopianeta Beta Pictoris d (indicato dalla freccia), terzo pianeta identificato nel sistema Beta Pictoris. A sinistra è visibile Beta Pictoris b, mentre Beta Pictoris c orbita troppo vicino alla stella per essere rilevato in questa osservazione. La fascia diffusa che attraversa l’immagine è il disco di detriti visto di taglio, residuo del processo di formazione planetaria. Crediti: ESO/B. Sutlieff, M. Bonse et al.

La scoperta di Beta Pictoris d dimostra come l’evoluzione delle tecnologie di osservazione stia ampliando la capacità degli astronomi di individuare pianeti sempre più difficili da rilevare. Il nuovo esopianeta, identificato grazie allo strumento ERIS installato sul Very Large Telescope (VLT) dell’Osservatorio Europeo Australe (ESO) e confermato anche attraverso i dati del James Webb Space Telescope (JWST), rappresenta uno degli esopianeti di massa più bassa mai osservati direttamente dalla Terra.

Pubblicato su The Astrophysical Journal Letters, il risultato aggiunge un terzo pianeta al sistema di Beta Pictoris, ma soprattutto evidenzia il ruolo sempre più centrale delle infrastrutture osservative di nuova generazione, delle tecnologie di imaging ad alto contrasto e della valorizzazione degli archivi scientifici nella ricerca sugli esopianeti.

Beta Pictoris d emerge grazie all’imaging diretto e ai dati d’archivio

La scoperta è avvenuta durante una campagna osservativa dedicata a Beta Pictoris b, il primo pianeta individuato nel sistema. Analizzando le immagini ottenute con ERIS, il gruppo guidato da Ben Sutlieff, dell’Università di Edimburgo, ha individuato un debole segnale che non corrispondeva ad alcun oggetto già noto.

«È stata una scoperta fortuita», racconta Sutlieff. «Inizialmente volevamo osservare meglio un pianeta già noto nel sistema, Beta Pictoris b, per vedere come si evolveva nel tempo».

Per verificare l’ipotesi, i ricercatori hanno riesaminato l’archivio osservativo dell’ESO, trovando tracce dello stesso pianeta in immagini raccolte fino a 11 anni prima. Anche Jayne Birkby, dell’Università di Oxford, ha sottolineato come il pianeta abbia «giocato a nascondino con noi per oltre un decennio», fino a quando la combinazione tra nuovi strumenti e rianalisi dei dati non ne ha consentito l’identificazione.

Il risultato conferma il valore scientifico degli archivi astronomici: osservazioni già acquisite possono rivelare nuove informazioni quando vengono reinterpretate con strumenti più avanzati e conoscenze aggiornate.

Il contributo dell’INAF e dell’ottica adattiva di ERIS

Uno degli aspetti più rilevanti della scoperta riguarda il contributo tecnologico italiano.

Lo strumento ERIS, installato sul Very Large Telescope, integra un avanzato sistema di Ottica Adattiva, il cui modulo è stato sviluppato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

Secondo Armando Riccardi, dirigente di ricerca dell’INAF e responsabile tecnico del modulo di Ottica Adattiva di ERIS, il nuovo pianeta rappresenta un risultato di particolare rilievo sia sul piano scientifico sia su quello tecnologico.

«Questa scoperta di β Pictoris d è un traguardo enorme. Rivela un terzo pianeta gigante che finalmente potrebbe spiegare come viene modellato il bordo interno del disco di detriti del sistema. Lo strumento ERIS del Very Large Telescope è stato assolutamente cruciale, fornendo la sua rilevazione iniziale ad alto contrasto».

Riccardi sottolinea inoltre il ruolo svolto dall’ottica adattiva sviluppata dall’INAF, che ha permesso di ottenere immagini non coronografiche estremamente profonde nel medio infrarosso.

«Grazie a questo sistema di ottica adattiva dell’INAF, abbiamo ottenuto immagini non coronagrafiche eccezionalmente profonde nel medio infrarosso. Ciò ci ha permesso di individuare uno degli esopianeti di massa più bassa mai direttamente osservati con immagini da terra. Questo dimostra davvero che le ottiche adattive da terra restano essenziali per scoprire nuovi mondi».

Il risultato evidenzia il contributo delle competenze sviluppate dall’INAF nell’ambito delle tecnologie di ottica adattiva impiegate nei grandi osservatori internazionali.

La sinergia tra osservatori terrestri e spaziali

Parallelamente al lavoro del gruppo europeo, un team indipendente guidato da Aidan Gibbs, dell’Università della California, ha individuato lo stesso pianeta utilizzando il James Webb Space Telescope, la missione realizzata congiuntamente da NASA, ESA e CSA.

Una volta nota la posizione di Beta Pictoris d, gli astronomi hanno riconosciuto il pianeta anche nei dati raccolti con SPHERE, altro strumento del VLT, e con NIRCam, installato sul JWST.

Questa convergenza dimostra come la ricerca astronomica tragga sempre più vantaggio dalla complementarità tra osservatori terrestri e spaziali. Le nuove capacità di osservazione non dipendono soltanto dalla costruzione di strumenti più sensibili, ma anche dalla possibilità di integrare dati provenienti da piattaforme differenti e di valorizzare il patrimonio degli archivi scientifici.

Un risultato che guarda al futuro dell’ELT

Beta Pictoris d ha una massa pari a circa 2,4 volte quella di Giove, molto inferiore rispetto agli altri due pianeti già noti del sistema, che raggiungono circa 10 masse gioviane. È inoltre circa 100 volte meno luminoso di Beta Pictoris b, caratteristica che ha reso particolarmente complessa la sua osservazione diretta.

La presenza del nuovo pianeta contribuisce anche a spiegare la particolare struttura del disco di detriti che circonda la stella Beta Pictoris, fornendo nuovi elementi per comprendere l’evoluzione dei sistemi planetari giovani.

Dal punto di vista tecnologico, la scoperta rappresenta soprattutto una dimostrazione delle potenzialità raggiunte dagli strumenti di imaging diretto. L’esperienza maturata con ERIS, insieme alla capacità di recuperare informazioni preziose dagli archivi del VLT e del JWST, costituisce una base importante per le future osservazioni con l’Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO, destinato a estendere ulteriormente la ricerca di pianeti sempre più piccoli e deboli.

Più che la semplice identificazione di un nuovo esopianeta, Beta Pictoris d testimonia come l’evoluzione delle tecnologie osservative continui ad ampliare la frontiera della ricerca astronomica, rafforzando il ruolo delle grandi infrastrutture scientifiche internazionali nello sviluppo della conoscenza dei sistemi planetari extrasolari.

Fonte dati: ESO

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Il team editoriale di Economia dello Spazio Magazine, il magazine di riferimento della Space Economy Made in Italy.