
Il buco dell’ozono 2025 rappresenta un nuovo indicatore dei progressi compiuti nella tutela dell’atmosfera grazie alla cooperazione internazionale. Secondo i dati del Servizio di monitoraggio atmosferico Copernicus (CAMS), il fenomeno si è chiuso il 1° dicembre, risultando il più debole e di durata più breve degli ultimi cinque anni. Un risultato che rafforza le evidenze sull’efficacia del Protocollo di Montreal, considerato uno degli accordi ambientali internazionali di maggiore successo, e conferma il ruolo strategico dei sistemi europei di osservazione della Terra nel verificare gli effetti delle politiche pubbliche.
Nel corso del 2025 il buco dell’ozono antartico si è formato a metà agosto, raggiungendo all’inizio di settembre un’estensione massima di circa 21,08 milioni di chilometri quadrati, ben al di sotto dei 26,1 milioni di chilometri quadrati registrati nel 2023. Dopo una progressiva riduzione durante l’autunno australe, una limitata area con basse concentrazioni di ozono ha ritardato di pochi giorni la chiusura definitiva, avvenuta comunque nella data più precoce dal 2019.
Buco dell’ozono 2025, i dati confermano il recupero dello strato di ozono
Le analisi del CAMS, gestito dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), mostrano non soltanto una minore estensione del fenomeno, ma anche valori minimi della colonna di ozono superiori alla media degli ultimi anni e un deficit di massa dell’ozono più contenuto.
Gli scienziati definiscono il buco dell’ozono come l’area nella quale la concentrazione totale di ozono scende sotto le 220 Unità Dobson (DU), una soglia utilizzata a livello internazionale per confrontare dimensioni e intensità del fenomeno nel tempo. Nel 2025 gli indicatori sono rimasti sensibilmente meno critici rispetto alle stagioni comprese tra il 2020 e il 2023, caratterizzate da buchi dell’ozono particolarmente estesi e persistenti.
La variabilità annuale continua tuttavia a essere influenzata dalle condizioni meteorologiche della stratosfera antartica, dalla stabilità del vortice polare e da fattori esterni, comprese le grandi eruzioni vulcaniche. Per questo motivo gli esperti sottolineano che un monitoraggio continuo rimane indispensabile per distinguere le oscillazioni naturali dal recupero strutturale dello strato di ozono.
Il monitoraggio satellitare europeo misura l’efficacia delle politiche ambientali
Il significato della notizia va oltre il dato scientifico. La progressiva riduzione delle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono rappresenta infatti il risultato diretto dell’attuazione del Protocollo di Montreal, entrato in vigore nel 1989 e responsabile dell’eliminazione graduale di circa il 99% delle sostanze che riducono lo strato di ozono impiegate in settori come refrigerazione, climatizzazione, aerosol e produzione di schiume.
In questo contesto il programma Copernicus svolge una funzione essenziale. Attraverso il CAMS, l’Unione europea dispone di analisi, previsioni e prodotti operativi che consentono di seguire quotidianamente l’evoluzione dello strato di ozono e di verificare l’efficacia delle politiche ambientali su basi scientifiche.
Il sistema integra modelli numerici dell’atmosfera con osservazioni satellitari e misure effettuate sul campo, producendo informazioni ad alta risoluzione che vengono costantemente validate mediante osservazioni indipendenti, comprese le ozonosonde lanciate dalle stazioni antartiche.
Un ulteriore rafforzamento delle capacità europee è arrivato con l’entrata in servizio di Sentinel-5, lo spettrometro UVNS sviluppato da un consorzio industriale europeo guidato da Airbus e installato sul satellite meteorologico operativo di seconda generazione MetOp di EUMETSAT. Le prime immagini diffuse alla fine di novembre hanno documentato il buco dell’ozono del 2025, offrendo una rappresentazione dettagliata delle concentrazioni atmosferiche sopra l’Antartide.
Oltre all’ozono, Sentinel-5 rileva numerosi gas in traccia, tra cui biossido di azoto, metano e formaldeide, oltre agli aerosol atmosferici. Questi dati alimentano l’ecosistema Copernicus Data Space, contribuendo sia ai servizi del Copernicus Atmosphere Monitoring Service sia al Copernicus Climate Change Service (C3S).
Secondo gli studi scientifici più recenti, se le tendenze attuali dovessero proseguire, lo strato di ozono sopra l’Antartide potrebbe tornare a livelli prossimi a quelli del 1980 intorno al 2066. Per l’Unione europea questo rappresenta una dimostrazione concreta del valore della cooperazione internazionale supportata da infrastrutture spaziali e sistemi di osservazione permanenti: solo attraverso dati continui, affidabili e verificabili è possibile misurare l’impatto delle politiche ambientali e orientare le decisioni future in materia di clima e tutela dell’atmosfera.
Fonte dati: UE
Michelangelo Moles laureato magistrale in Corporate Communication e Media è specializzato nei temi della space economy e della blue economy, con particolare attenzione agli aspetti legati all’innovazione, alla comunicazione strategica e alla divulgazione dei nuovi modelli economici connessi al mare e allo spazio.
Nel corso degli anni ha acquisito una forte capacità di strutturare informazioni, notizie e approfondimenti sui principali comparti dell’economia dello spazio e dell’economia del mare: satelliti, telecomunicazioni, osservazione della Terra, space tech, portualità, logistica, innovazione marittima, sostenibilità, tecnologie dual use e interconnessioni tra settore aerospaziale e blue economy.










