
Introduzione all’evento
Una lunghissima emissione di raggi gamma, rilevata il 2 luglio e proseguita per giorni, sarebbe il segnale che un buco nero abbia distrutto e fagocitato una stella vicina.
Queste sono le conclusioni di diversi gruppi di ricerca internazionali, a cui hanno partecipato anche ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), analizzando una enorme quantità di dati provenienti da telescopi spaziali e terrestri.
Scoperta del lampo di raggi gamma
Tutto è iniziato il 2 luglio 2025, quando il Gamma Ray Burst Monitor del Fermi Gamma Ray Space Telescope della NASA ha individuato un potente lampo di raggi gamma (o GRB).
La scoperta è stata confermata poi dal Burst Alert Telescope del Neil Gehrels Swift Observatory della NASA e da vari altri strumenti.
L’evento, però, invece di durare pochi minuti – come tipico per questi fenomeni – si è protratto per alcuni giorni, rendendo GRB 250702B il più lungo lampo di raggi gamma mai osservato.
Localizzazione e prime analisi
Dopo le prime rilevazioni, sono stati attivati i telescopi spaziali e terrestri più potenti per determinare la posizione esatta della sorgente.
Il 3 luglio, Swift ha individuato la provenienza nella costellazione dello Scudo, vicino al piano della Via Lattea. Rimaneva però da stabilire se l’evento fosse interno o esterno alla nostra galassia.
Le conferme dai telescopi terrestri e spaziali
Immagini raccolte da alcuni dei più grandi telescopi al mondo – inclusi Keck, Gemini e il VLT dell’ESO – hanno confermato che GRB 250702B proviene da una galassia esterna.
Successive osservazioni del telescopio spaziale Hubble e del James Webb Space Telescope hanno evidenziato la natura peculiare della galassia ospite, caratterizzata da una banda scura di polvere che sembra dividerne il nucleo in due.
La distanza e l’energia dell’esplosione
Alla fine di agosto, un team guidato dall’Università di Birmingham ha utilizzato Webb e VLT per calcolare distanza e proprietà della galassia.
L’esplosione ha emesso un’energia equivalente a quella irradiata da mille Soli per 10 miliardi di anni.
La luce osservata è partita 8 miliardi di anni fa, ben prima della formazione del Sole e del Sistema solare.
Analisi nella banda X
Uno studio completo dell’emissione in raggi X successiva all’esplosione ha utilizzato i dati di Swift, dell’Osservatorio Chandra e della missione NuSTAR.
Swift e NuSTAR hanno rivelato brevi e intensi flare fino a due giorni dopo la prima potente emissione.
Quale fenomeno ha generato GRB 250702B?
Ipotesi 1: distruzione mareale da parte di un buco nero intermedio
Uno degli scenari più discussi propone che un buco nero con migliaia di masse solari abbia distrutto una stella avvicinatasi troppo, generando un evento di distruzione mareale.
Il buco nero, di massa 10–100 mila volte quella del Sole, apparterrebbe alla categoria dei buchi neri “intermedi”, raramente osservati.
Ipotesi 2: fusione tra buco nero e stella di elio
Il team che interpreta i dati nella banda gamma suggerisce invece uno scenario diverso:
- un buco nero di circa tre masse solari,
- in un sistema binario con una stella dalla massa simile,
- la cui atmosfera di idrogeno è stata rimossa fino a esporre il nucleo di elio (una “stella di elio”).
In questo caso, il buco nero sarebbe arrivato a immergersi completamente nella stella, nutrendosi dall’interno e provocando una supernova.
Tale esplosione sarebbe però stata oscurata da grandi quantità di polvere, rendendola invisibile persino al telescopio Webb.
Evoluzione del fenomeno
In entrambi gli scenari, la materia della stella si raccoglie prima in un disco di accrescimento, dal quale il gas compie il suo “tuffo finale”.
Il sistema inizia così a brillare nei raggi X, mentre la rapida distruzione della stella produce getti di raggi gamma che si propagano nello spazio.
Il contributo dell’INAF
“Il contributo dell’INAF a questi studi complessi e articolati su GRB 250702B è stato importante: con Swift abbiamo trovato la posizione precisa del transiente nella banda X, permettendo così di identificare la controparte ottica, e poi abbiamo contribuito alle osservazioni da Terra con i telescopi di ESO”, afferma Sergio Campana, ricercatore INAF e responsabile italiano della missione Swift.
Redazione Economia dello Spazio Magazine










