
La missione PRIMA entra nella Fase B e porta la NASA al primo passo operativo verso la costruzione di una nuova fascia intermedia nel proprio portafoglio di missioni astrofisiche. L’agenzia statunitense ha autorizzato PRIMA (PRobe far-Infrared Mission for Astrophysics) ad avanzare verso la progettazione preliminare e lo sviluppo tecnologico, facendo progredire la prima missione della classe Probe Explorers. Una decisione che traduce in un programma concreto una delle indicazioni strategiche formulate dalla comunità scientifica statunitense per l’astrofisica del prossimo decennio.
Il passaggio non equivale ancora al via libera definitivo alla realizzazione dell’osservatorio. PRIMA dovrà superare una successiva confirmation review, nella quale saranno valutate prestazioni tecniche, programmatiche ed economiche prima dell’eventuale ingresso nella Fase C. Se confermata, la missione avrà un costo di progetto limitato a 1,2 miliardi di dollari, esclusi il lancio e gli altri costi esterni al progetto, con partenza prevista nel 2033 e una vita operativa pianificata di cinque anni.
È proprio questa progressione per fasi a rendere la decisione significativa sul piano istituzionale. PRIMA non rappresenta soltanto un nuovo telescopio spaziale: è il primo banco di prova della classe Probe Explorers, concepita per ampliare le modalità con cui la NASA trasforma le priorità dell’astrofisica in missioni operative.
La missione PRIMA inaugura la nuova classe Probe Explorers
La nascita della nuova classe risponde a un’esigenza individuata dall’Astro2020 Decadal Survey delle National Academies: ridurre il divario di costo e capacità esistente tra le missioni Explorer di media scala e le grandi missioni strategiche. Il rapporto raccomandava alla NASA di istituire una linea Probe basata su proposte competitive e sulle priorità scientifiche definite dai Decadal Survey, indicando tra i primi ambiti proprio l’infrarosso lontano.
Con l’avanzamento di PRIMA alla Fase B, il processo entra ora in una fase diversa: l’obiettivo è portare avanti progettazione preliminare e maturazione delle tecnologie necessarie alla missione. La conferma per la Fase C costituirà il successivo passaggio determinante.
«La missione PRIMA rappresenta la prossima finestra dell’umanità sull’universo profondo. Svelerà ciò che è oscuro nel corso del tempo cosmico per comprendere meglio la formazione di pianeti, stelle, buchi neri e persino come si è formata l’acqua sulla Terra», ha dichiarato Nicky Fox, amministratore associato della Science Mission Directorate della NASA.
La scelta riflette anche una logica di portafoglio. Il Decadal Survey ha sottolineato la necessità di mantenere un insieme equilibrato di programmi e capacità su differenti scale, affiancando alle grandi missioni strategiche strumenti più contenuti in grado di affrontare priorità scientifiche specifiche. La classe Probe si colloca in questo spazio programmatico.
PRIMA colmerà il divario osservativo nell’infrarosso lontano
La funzione scientifica dell’osservatorio spiega perché l’infrarosso lontano sia stato scelto come uno dei primi terreni per la nuova classe. PRIMA utilizzerà un telescopio con un diametro di 1,8 metri per realizzare osservazioni profonde e sensibili a queste lunghezze d’onda, collocandosi tra le capacità degli osservatori infrarossi esistenti, come il James Webb Space Telescope, e quelle dei radiotelescopi.
L’accesso a questa porzione dello spettro permetterà di studiare radiazione che emerge nell’infrarosso lontano e di affrontare questioni che riguardano la formazione dei pianeti extrasolari, l’evoluzione delle galassie e dei loro buchi neri e l’accumulo di polvere ed elementi pesanti nel corso della storia cosmica.
«Una singola missione non può svelare tutti i misteri dell’universo. Ma estendendo le capacità di osservazione della nostra flotta alle lunghezze d’onda del lontano infrarosso con PRIMA, stiamo consentendo un’analisi incredibilmente completa del cosmo», ha affermato Shawn Domagal-Goldman, direttore della Divisione di Astrofisica della NASA.
La missione si inserisce così in una strategia basata sulla complementarità tra osservatori. Secondo Domagal-Goldman, dopo Webb e Roman, la NASA punta a mantenere una continuità nel lancio di missioni astrofisiche di primo piano, aprendo il prossimo decennio proprio con PRIMA nell’ambito della nuova linea Probe Explorers.
La gestione della missione sarà affidata al Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA in California, con il coinvolgimento del Goddard Space Flight Center e del Marshall Space Flight Center. Il programma avrà inoltre una dimensione internazionale che comprende CNES, Agenzia Spaziale Italiana (ASI), DLR, Canadian Space Agency (CSA), Korea Astronomy and Space Science Institute (KASI), JAXA e UK Space Agency.
Per l’Italia, la presenza dell’ASI inserisce il sistema spaziale nazionale nella rete internazionale chiamata a contribuire alla prima missione di una classe destinata a entrare stabilmente nella programmazione astrofisica statunitense. Entità e modalità dei singoli contributi dovranno tuttavia essere considerate sulla base dello sviluppo effettivo della missione e delle successive decisioni programmatiche.
PRIMA si innesta infine nel Programma Explorers, la linea di missioni NASA attiva fin dal lancio di Explorer 1 nel 1958. La novità istituzionale consiste nell’estendere quella logica di missioni scientifiche competitive a una classe capace di occupare uno spazio programmatico che il Decadal Survey aveva esplicitamente identificato come carente.
Il passaggio alla Fase B non chiude quindi il processo decisionale su PRIMA, ma segna il momento in cui la nuova architettura proposta per l’astrofisica statunitense comincia a tradursi in sviluppo. La prossima verifica sarà la confirmation review: solo il suo superamento consentirà alla prima Probe Explorer di passare dalla progettazione preliminare alla fase di implementazione.
Fonte dati: NASA
Michelangelo Moles laureato magistrale in Corporate Communication e Media è specializzato nei temi della space economy e della blue economy, con particolare attenzione agli aspetti legati all’innovazione, alla comunicazione strategica e alla divulgazione dei nuovi modelli economici connessi al mare e allo spazio.
Nel corso degli anni ha acquisito una forte capacità di strutturare informazioni, notizie e approfondimenti sui principali comparti dell’economia dello spazio e dell’economia del mare: satelliti, telecomunicazioni, osservazione della Terra, space tech, portualità, logistica, innovazione marittima, sostenibilità, tecnologie dual use e interconnessioni tra settore aerospaziale e blue economy.










