
Un nuovo modello scientifico sviluppato con il contributo della NASA indica che il ghiacciaio Thwaites, nell’Antartide occidentale, potrebbe contribuire all’innalzamento del livello globale del mare entro la fine del secolo in misura superiore rispetto ad alcune precedenti proiezioni. In determinate simulazioni, il contributo stimato raggiunge il doppio dei valori previsti dai modelli utilizzati come riferimento. Il risultato evidenzia l’importanza di rappresentare con maggiore precisione i processi fisici che regolano la perdita di ghiaccio e conferma il ruolo delle osservazioni satellitari nella verifica delle simulazioni climatiche.
La ricerca, pubblicata il 12 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Nature Communications e illustrata dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) il 20 ottobre, è stata condotta utilizzando un modello sviluppato dal laboratorio della NASA insieme alla University of California, Irvine, e al Dartmouth College. Lo studio affronta una delle principali difficoltà della glaciologia antartica: prevedere l’evoluzione di un ghiacciaio il cui comportamento dipende da complesse interazioni tra ghiaccio, oceano e fondale roccioso.
Il Thwaites rappresenta uno dei sistemi glaciali più rilevanti per lo studio dell’innalzamento dei mari. Situato nell’Antartide occidentale, è interessato da processi di arretramento che gli scienziati osservano da decenni. La sua evoluzione è particolarmente significativa perché la perdita di ghiaccio continentale verso l’oceano contribuisce direttamente all’aumento del livello marino.
Ghiacciaio Thwaites, il ruolo dell’acqua oceanica nelle nuove simulazioni
L’elemento centrale dello studio riguarda il modo in cui i modelli descrivono la zona di transizione tra il ghiaccio ancorato al fondale e quello che galleggia sull’acqua.
Tradizionalmente, numerose simulazioni rappresentano questa transizione attraverso una linea di ancoraggio, conosciuta come grounding line. Si tratta del limite oltre il quale il ghiaccio non poggia più sul substrato roccioso e inizia a galleggiare.
Il modello impiegato dai ricercatori introduce invece una rappresentazione più articolata, basata sulle grounding zones, aree di transizione nelle quali l’acqua marina può penetrare per diversi chilometri sotto il ghiaccio ancora appoggiato al fondale.
Questa distinzione è scientificamente rilevante. L’ingresso dell’acqua oceanica, associato ai cicli delle maree, può sollevare periodicamente il ghiaccio e favorire condizioni di instabilità. Inoltre, il contatto con acqua relativamente più calda accelera la fusione alla base del ghiacciaio, contribuendo al suo arretramento.
Considerare questa interazione significa rappresentare un processo fisico che una semplice linea di separazione rischia di descrivere in maniera incompleta.
I risultati mostrano che l’inclusione delle zone di ancoraggio modifica sensibilmente le simulazioni dell’evoluzione del Thwaites. In alcuni scenari, il contributo del ghiacciaio all’innalzamento del livello marino entro il 2100 risulta fino a due volte superiore rispetto ad alcune stime precedenti.
Il dato non costituisce una previsione unica e definitiva. Si riferisce a specifiche simulazioni e deve essere interpretato nel quadro delle incertezze che caratterizzano le proiezioni climatiche di lungo periodo. La ricerca indica tuttavia che la rappresentazione dei processi oceanici alla base del ghiaccio può influenzare in modo sostanziale i risultati dei modelli.
I dati satellitari migliorano la verifica dei modelli sul ritiro glaciale
Uno dei risultati più significativi della ricerca riguarda il confronto tra le simulazioni e le osservazioni storiche. Il modello che incorpora le grounding zones ha riprodotto l’arretramento del ghiacciaio con una corrispondenza ai dati satellitari quattro volte migliore rispetto ai modelli che non considerano questo processo.
Il confronto utilizza osservazioni risalenti agli anni Novanta, offrendo una base temporale sufficientemente estesa per valutare la capacità delle simulazioni di ricostruire l’evoluzione già osservata del Thwaites.
Questo risultato è importante perché la validazione attraverso misurazioni indipendenti rappresenta un passaggio fondamentale nello sviluppo dei modelli climatici. Un sistema capace di riprodurre con maggiore accuratezza i cambiamenti avvenuti nel passato dispone di una base scientifica più solida per elaborare scenari futuri, pur senza eliminare le incertezze associate all’evoluzione del clima e delle condizioni oceaniche.
L’utilizzo dei dati satellitari assume quindi una funzione che va oltre il semplice monitoraggio delle superfici ghiacciate. Le osservazioni permettono di verificare la coerenza delle rappresentazioni matematiche dei processi fisici e di individuare quali meccanismi debbano essere descritti con maggiore precisione.
Il contributo delle tecnologie spaziali allo studio delle regioni polari si inserisce in un percorso scientifico consolidato. Già nel 2020, un’analisi della NASA basata sulle missioni di altimetria laser ICESat e ICESat-2 aveva documentato importanti variazioni nello spessore delle piattaforme glaciali antartiche, evidenziando il progressivo assottigliamento di quelle associate ai ghiacciai Thwaites e Crosson.
La nuova ricerca aggiunge un elemento a questo quadro: non soltanto osservare la perdita di ghiaccio, ma utilizzare le misurazioni storiche per migliorare la rappresentazione dei fenomeni che la determinano.
La distinzione è essenziale. Le osservazioni satellitari descrivono i cambiamenti effettivamente avvenuti, mentre i modelli numerici cercano di ricostruirne le cause e di stimarne l’evoluzione. L’integrazione tra queste due componenti costituisce uno degli strumenti principali per ridurre l’incertezza delle proiezioni glaciologiche.
La maggiore corrispondenza con i dati storici non garantisce automaticamente la precisione delle previsioni fino alla fine del secolo. Rappresenta però un risultato verificabile, che rafforza la credibilità della descrizione fisica adottata dai ricercatori.
Per le regioni costiere, disporre di proiezioni più affidabili significa poter valutare con maggiore precisione gli scenari di innalzamento del livello marino, un’informazione rilevante per la pianificazione territoriale e l’analisi dei rischi climatici.
Lo studio del NASA JPL evidenzia così un aspetto centrale della ricerca sul sistema terrestre: il miglioramento delle previsioni non dipende esclusivamente dalla disponibilità di nuovi dati, ma anche dalla capacità di tradurre le osservazioni in modelli che rappresentino correttamente i processi naturali.
Nel caso del ghiacciaio Thwaites, l’inclusione delle interazioni tra acqua oceanica e ghiaccio ancorato al fondale modifica le stime del suo possibile contributo all’innalzamento dei mari. Il risultato conferma quanto la comprensione dei fenomeni che avvengono nelle zone di transizione glaciale sia determinante per valutare l’evoluzione futura dell’Antartide occidentale.
Fonte dati: NASA – Jet Propulsion Laboratory
Michelangelo Moles laureato magistrale in Corporate Communication e Media è specializzato nei temi della space economy e della blue economy, con particolare attenzione agli aspetti legati all’innovazione, alla comunicazione strategica e alla divulgazione dei nuovi modelli economici connessi al mare e allo spazio.
Nel corso degli anni ha acquisito una forte capacità di strutturare informazioni, notizie e approfondimenti sui principali comparti dell’economia dello spazio e dell’economia del mare: satelliti, telecomunicazioni, osservazione della Terra, space tech, portualità, logistica, innovazione marittima, sostenibilità, tecnologie dual use e interconnessioni tra settore aerospaziale e blue economy.










