Il costo invisibile del respiro

CO2, ventilazione e permanenza umana negli ambienti estremi

Sistemi di supporto vitale

Quando si racconta l’esplorazione spaziale o le operazioni umane nel mare profondo, il riflettore cade quasi sempre sulla tecnologia: razzi riutilizzabili, moduli abitativi, robotica, materiali compositi, propulsione. Sono gli elementi spettacolari, quelli che riempiono i comunicati stampa e che si associano istintivamente all’idea di progresso. Eppure, dietro ogni missione umana negli ambienti estremi, esiste un processo molto più silenzioso e molto meno celebrato che ne definisce, minuto per minuto, la sostenibilità: la respirazione.

Chi lavora quotidianamente in terapia intensiva o in sala operatoria osserva la respirazione da un’angolazione particolare. Non è un atto, è un sistema. Un sistema metabolico che consuma ossigeno e produce anidride carbonica in modo continuo, e che dialoga in tempo reale con la ventilazione attraverso equilibri precisi.

Quando ci si abitua a leggere un paziente come uno scambiatore biochimico in equilibrio dinamico, è naturale guardare un astronauta o un operatore in saturazione nello stesso modo. E allora ci si accorge di una cosa che nei convegni di settore viene raramente esplicitata: i sistemi di supporto vitale non sono macchine che «forniscono aria», sono estensioni ingegneristiche della fisiologia umana. E la variabile che ne definisce il costo reale non è l’ossigeno. È la CO2.

Partiamo da un numero. In condizioni di riposo, un adulto produce circa 200 millilitri di anidride carbonica al minuto. Questo valore deriva direttamente dal metabolismo cellulare ed è legato in modo rigoroso al consumo di ossigeno attraverso il quoziente respiratorio, indicato con la sigla RQ, che rappresenta il rapporto tra CO2 prodotta e O2 consumato. In condizioni fisiologiche normali RQ vale circa 0,8: significa che per ogni litro di ossigeno consumato il metabolismo restituisce circa 800 millilitri di CO2.

La relazione si esprime in modo essenziale: la produzione di anidride carbonica (VCO2) è uguale al consumo di ossigeno (VO2) moltiplicato per RQ. Per un adulto a riposo, con un consumo di ossigeno intorno ai 250 ml al minuto, il risultato è quei 200 ml/min di CO2 da cui siamo partiti.

Duecento millilitri al minuto sembrano poca cosa. Ma il tempo, in fisiologia, ha un effetto moltiplicatore: diventano quasi 300 litri di CO2 al giorno, circa mezzo chilogrammo di massa per persona. E quando si passa dal valore di riposo alle stime operative, perché l’attività fisica, lo stress, il workload e l’ambiente alzano il metabolismo, gli ingegneri dei sistemi di supporto vitale lavorano con un’assunzione realistica più vicina al chilogrammo di CO2 per persona al giorno. È a questo punto che la fisiologia diventa logistica.

«Una tonnellata di CO2 generata semplicemente respirando.»

Immaginiamo una missione di sei mesi con sette membri di equipaggio. La quantità complessiva di anidride carbonica prodotta supera con facilità una tonnellata. Una tonnellata di CO2 generata semplicemente respirando. Sulla Terra, una tonnellata di CO2 è una nota a margine: si diluisce nell’atmosfera prima ancora che si finisca di pronunciare la frase. In un ambiente chiuso e pressurizzato, che si tratti di una stazione orbitante, di un habitat lunare o marziano, di una camera di saturazione a centocinquanta metri di profondità, quella stessa massa è un problema attivo. Ogni singola molecola deve essere catturata, neutralizzata o espulsa. E qualcuno deve pagare il conto energetico, chimico e logistico di quell’operazione.

Per capire perché, conviene richiamare un secondo principio della fisiologia respiratoria, scritto in modo discorsivo. La pressione parziale di anidride carbonica nel sangue arterioso, la PaCO2, è la quota di pressione che la CO2 esercita disciolta nel sangue, ed è il parametro che si monitora ogni giorno al letto del paziente critico per leggerne lo stato. Questa grandezza dipende da due fattori: è direttamente proporzionale alla produzione metabolica di CO2 e inversamente proporzionale alla ventilazione alveolare, cioè alla quota di aria che raggiunge davvero gli alveoli e partecipa allo scambio gassoso.

Tradotto: se il corpo produce più CO2, deve ventilare di più per mantenere stabile la propria chimica interna. Questo equilibrio, in un ambiente aperto, è invisibile. In un ambiente chiuso, ogni respiro in più dell’equipaggio diventa lavoro in più per l’impianto. La CO2 espirata non scompare: resta nel sistema, e il sistema deve farsene carico.

Nello spazio questo carico ricade sui sistemi di Environmental Control and Life Support. L’aria della cabina viene fatta circolare attraverso materiali adsorbenti, tipicamente setacci molecolari, come quelli del Carbon Dioxide Removal Assembly a bordo della ISS, che catturano selettivamente l’anidride carbonica. Sono sistemi a cicli alternati: mentre una colonna adsorbe, un’altra viene rigenerata mediante variazioni di pressione o di temperatura, liberando la CO2 accumulata in modo che il letto adsorbente torni disponibile. Il processo richiede energia elettrica, genera calore residuo da gestire termicamente, comporta usura dei materiali e ha bisogno di manutenzione. La CO2, in altre parole, non viene «filtrata»: viene gestita. E ogni grammo gestito si traduce in watt, in calore da dissipare, in componenti che si consumano.

Una dinamica strutturalmente analoga si osserva nelle operazioni di immersione in saturazione. In quegli ambienti i subacquei vivono per giorni o settimane all’interno di habitat pressurizzati con atmosfere completamente artificiali, di solito miscele di elio e ossigeno a pressione equivalente alla profondità di lavoro. Anche qui la CO2 prodotta dall’equipaggio deve essere rimossa in continuo. Il gas dell’habitat viene fatto circolare attraverso scrubber contenenti calce sodata, che reagisce chimicamente con l’anidride carbonica formando carbonati e liberando calore. L’assorbente si esaurisce, va sostituito, va monitorato. Il flusso di gas deve essere mantenuto costante. Cambiano la fisica e la chimica, ma il principio è identico a quello di una stazione spaziale: la fisiologia dell’equipaggio si traduce direttamente in consumo di risorse.

C’è un sistema, però, che rende questo principio quasi tangibile: il rebreather, lo strumento usato dai subacquei tecnici per le immersioni profonde. È un circuito chiuso. Il gas espirato non viene disperso nell’ambiente, ma ricircolato attraverso uno scrubber che rimuove la CO2 prima di restituire la miscela al respiratore. Più anidride carbonica produce il subacqueo, perché lavora di più, perché è sotto stress, perché la respirazione è inefficiente, più rapidamente lo scrubber si esaurisce. Il rebreather rende tangibile ciò che nello spazio è distribuito nel sistema: la fisiologia, lì, diventa immediatamente consumo chimico, misurabile in minuti residui di autonomia.

Ed è proprio in questo territorio di variabili che il parallelo con la medicina dei pazienti critici diventa rilevante, perché un paziente critico è già, di fatto, un ambiente estremo: fisiologia ai limiti, sistemi compensatori sotto stress, equilibri da gestire minuto per minuto. E così come nei pazienti critici, anche negli ambienti estremi la produzione di CO2 non è una costante: è una funzione.

Cambia con il metabolismo basale dell’individuo, con il livello di attività fisica, con la qualità del sonno, con lo stress acuto e cronico, con l’efficienza ventilatoria. Cambia con il lavoro respiratorio imposto dagli equipaggiamenti, dai caschi alle maschere, dalle tute ai regolatori e alle resistenze del circuito, perché ogni resistenza aggiuntiva al flusso costringe i muscoli respiratori a lavorare di più, e muscoli che lavorano di più consumano più ossigeno e producono più CO2. Cambia con la temperatura ambientale, con la composizione della miscela respiratoria, con la densità del gas alle pressioni elevate.

Tutte queste variabili, prese singolarmente, sembrano dettagli da fisiologia clinica. Sommate su sette persone per centottanta giorni, diventano decine di chilogrammi di CO2 in più o in meno da gestire. Diventano architettura di missione.

C’è poi una dimensione che merita di essere nominata con una certa cautela: l’effetto della CO2 sul cervello. L’anidride carbonica è uno dei più potenti modulatori del flusso ematico cerebrale che esistano in fisiologia umana. Variazioni anche contenute della pressione parziale di CO2 modificano il calibro dei vasi cerebrali e quindi la perfusione del sistema nervoso centrale.

In un contesto terrestre, in un ambiente aperto, è una variabile finemente regolata e silenziosa. In microgravità il quadro è più delicato, perché la redistribuzione cefalica dei fluidi e gli spostamenti di pressione intracranica già sollecitano il sistema, e una concentrazione ambientale di CO2 più alta del normale può comportarsi come variabile modulante su elementi clinici come cefalea, qualità del sonno, performance cognitiva. Non è il caso di costruire catene causali rigide su un terreno in cui i dati di lungo termine sono ancora pochi: è il caso di riconoscere che la CO2 ambientale non è un parametro neutro, ma una grandezza che dialoga con il funzionamento del cervello dell’equipaggio.

A questo punto la conversazione si sposta inevitabilmente sull’economia. Portare un chilogrammo di materiale in orbita bassa costa oggi tipicamente tra i 2.000 e i 10.000 dollari, con valori che oscillano in funzione del lanciatore e del profilo di missione, e che per il cargo diretto alla Stazione Spaziale possono superare i 20.000 dollari per chilogrammo quando si include l’intero ciclo logistico. Su questa scala, ogni chilogrammo di assorbente, ogni componente di ricambio per i sistemi di rimozione, ogni kilowattora speso per rigenerare i

setacci molecolari ha un costo che non è metaforico. È contabile. E poiché tutta questa infrastruttura esiste per gestire la CO2 prodotta dall’equipaggio, anche una riduzione modesta di quella produzione si propaga lungo l’intera catena: meno energia per la rimozione, minore usura dei filtri, margini operativi più ampi, meno massa da imbarcare nelle missioni di rifornimento, meno tempo dell’equipaggio dedicato alla manutenzione dei sistemi.

Il quadro economico si fa ancora più nitido se si osserva la differenza tra sistemi rigenerativi e sistemi a perdere. Sulla ISS il primario resta il CDRA, rigenerativo: l’assorbente viene rigenerato e riutilizzato in cicli ripetuti. Ma accanto al primario esistono cartucce di idrossido di litio, il LiOH, che sono invece un assorbente a perdere. Una volta esaurita la reazione chimica, la cartuccia diventa un rifiuto non rigenerabile: ha fatto il suo lavoro, e il suo lavoro è finito.

Il LiOH non è soltanto una scorta di emergenza: viene impiegato in modo ricorrente durante tutte le manovre di attracco delle navette, quando la configurazione dei sistemi rigenerativi richiede un supporto supplementare. Il rifornimento, di conseguenza, è continuo: ogni docking consuma cartucce, e ogni docking deve riportare a bordo la scorta da ripristinare. È, in tutti i sensi, una tassa di massa fissa che la missione paga ad ogni ciclo logistico.

A questa voce si aggiungono le altre componenti della contabilità respiratoria: l’ossigeno reintegrato per via elettrolitica richiede il trasporto di acqua, che è densa e pesante, mentre la pressurizzazione dell’habitat dipende da riserve di azoto da integrare nel tempo. Ogni lancio di rifornimento finisce per bilanciare questo peso, in larga parte indispensabile alla sopravvivenza dell’equipaggio, con la strumentazione scientifica che è la ragione stessa della missione. Ottimizzare la fisiologia per ridurre la produzione di CO2 significa, in modo molto concreto, ridurre il numero di cartucce da spedire e liberare spazio e budget per ciò che giustifica la presenza umana lassù.

Da qui nasce il punto più interessante, e il meno esplorato. Ridurre la CO2 non significa, come a volte viene suggerito, «respirare meglio» in senso quasi disciplinare. Significa intervenire in modo sistemico sull’efficienza fisiologica del binomio uomo-macchina. Significa progettare equipaggiamenti che impongano un lavoro respiratorio minore, perché ogni resistenza aggiuntiva del circuito si paga in metabolismo. Significa ottimizzare i carichi operativi, distribuire il workload, garantire condizioni di recupero adeguate, perché un equipaggio cronicamente affaticato produce più CO2 di un equipaggio in equilibrio.

Significa pensare l’ergonomia non come comfort, ma come parametro ingegneristico con effetti cumulativi sull’intero bilancio di missione. Sono interventi poco spettacolari, che non si prestano a immagini di copertina, ma che agiscono sulla parte del sistema in cui le inefficienze si moltiplicano per il numero di persone, per il numero di giorni, per il numero di anni di operazioni.

C’è un punto in cui questa logica trova un’eco inattesa, e che vale la pena nominare: le tecniche di respirazione efficiente sviluppate nel mondo dell’apnea profonda. In quel dominio, da decenni, si lavora per ridurre le tensioni inutili nel ciclo respiratorio, per rendere più efficienti gli scambi gassosi, per abbassare il costo metabolico di ogni atto respiratorio. Sono obiettivi che nascono da una motivazione molto concreta, cioè restare più a lungo

sott’acqua con meno consumo, ma la logica sottostante è la stessa che guida il progetto di un sistema di supporto vitale: ogni grado di efficienza respiratoria guadagnato dall’individuo si traduce, nell’ambiente chiuso, in chilogrammi di assorbente risparmiati e in margine operativo recuperato. È il segno più eloquente della convergenza tra mare profondo e spazio: il rebreather insegna all’ingegnere dei sistemi di supporto vitale, la saturazione insegna come abitare per settimane un ambiente artificiale, e la fisiologia respiratoria sviluppata in fondo al mare può diventare un parametro di progetto per le missioni lunari. La fisiologia, ancora una volta, precede e orienta la tecnologia.

Nella narrativa dell’esplorazione umana, l’ossigeno è sempre stato il gas-simbolo della sopravvivenza, e l’azoto il protagonista delle variazioni di pressione e dei profili di decompressione. La CO2 resta sullo sfondo, considerata un sottoprodotto da neutralizzare. Ma se si guarda ai numeri, ai bilanci di missione, ai consumi reali dei sistemi, emerge una verità diversa.

«Se l’azoto determina il tempo necessario per passare da un ambiente all’altro, è la CO2 a determinare il costo della permanenza.»

Ogni minuto. Ogni ora. Ogni giorno.

La tecnologia può portare l’essere umano molto lontano: in orbita lunare, su Marte, sui fondali oceanici a profondità che fino a qualche decennio fa appartenevano alla fantascienza. Ma è la fisiologia che stabilisce, in ultima analisi, quanto costa restarci. E in quella fisiologia, la variabile più sottovalutata non è quella che ci tiene in vita. È quella che produciamo respirando.

Dirigente medico, terapia intensiva polivalente, struttura complessa di anestesia e rianimazione neurochirurgica e generale.

Incarico professionale di consulenza, studio e ricerca specialista in anestesia e rianimazione specialista in medicina iperbarica e subacquea, diving medical advisory committee - echm/etdc med level  1,2d, 2h.Master in medicina aeronautica e spaziale.

Eng. Luigi Tarsia
Nuclear and Biomedical Engineer
Underwater & Space Medicine Engineering
ECLSS (Environmental Control and Life Support Systems), Advanced Habitat Management, Safety Protocols & Operations
Co-founder, Amici di Boyle Research Group