Copernicus osserva i rangelands: dallo spazio distingue siccità e degrado del territorio

Immagine Sentinel-2 di Khartoum utilizzata per il monitoraggio dei rangelands e delle aree aride lungo il Nilo
Un’immagine Copernicus Sentinel-2 dell’area di Khartoum, in Sudan, mostra il contrasto tra i terreni agricoli irrigati lungo il Nilo e il paesaggio arido circostante, caratteristico degli ambienti della regione del Sahel. Credito: Unione Europea, immagini Copernicus Sentinel-2.

Osservare dallo spazio ecosistemi che si estendono per milioni di chilometri quadrati significa trasformare i satelliti in infrastrutture per la gestione del territorio. Nel monitoraggio dei rangelands, questa capacità è sempre più legata ai dati di Copernicus e al Copernicus Land Monitoring Service (CLMS), che consentono di seguire nel tempo produttività della vegetazione, copertura del suolo e segnali di degrado.

La loro estensione rende difficile affidarsi esclusivamente alle osservazioni sul campo. Attraverso l’Earth Observation, Copernicus permette invece di seguire nel tempo parametri come produttività della vegetazione, cambiamenti nella copertura del suolo, stress degli ecosistemi e condizioni di siccità. La rilevanza tecnologica risiede soprattutto nella continuità delle osservazioni: nelle regioni aride, distinguere una normale oscillazione climatica da un processo persistente di degrado richiede serie storiche sufficientemente lunghe.

La questione assume un peso particolare nel 2026, proclamato International Year of Rangelands and Pastoralists. Secondo i dati richiamati dall’EU Space Support Office, questi ecosistemi forniscono circa il 70% dell’alimentazione globale del bestiame e contribuiscono a quasi un sesto della produzione alimentare mondiale. Secondo la FAO, inoltre, i rangelands rappresentano circa il 30% degli stock globali di carbonio organico del suolo. Allo stesso tempo, valutazioni della United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD) indicano che fino alla metà dei rangelands mondiali risulta già degradata o a rischio di degrado.

Il monitoraggio dei rangelands distingue la siccità dal degrado strutturale

Il problema tecnologico è più complesso della semplice individuazione di aree con poca vegetazione. I territori aridi sono caratterizzati da forti variazioni delle precipitazioni e una stagione particolarmente secca non equivale necessariamente a un deterioramento permanente dell’ecosistema. Allo stesso modo, un’annata piovosa può temporaneamente nascondere tendenze negative di più lungo periodo.

È in questa distinzione che le serie temporali dell’osservazione satellitare acquistano valore. Registrazioni pluridecennali permettono di confrontare l’andamento della vegetazione nel tempo e di separare, con maggiore efficacia, le oscillazioni climatiche di breve periodo dai cambiamenti persistenti nella produttività del territorio.

«Variability is a normal characteristic of these ecosystems, not necessarily a sign of degradation», spiega Barron Joseph Orr, Chief Scientist della UNCCD. Senza osservazioni di lungo periodo, aggiunge, esiste il rischio di interpretare risposte temporanee alla siccità o alla variabilità climatica come fenomeni permanenti di degrado del suolo.

Il Copernicus Land Monitoring Service mette a disposizione dataset dedicati alla copertura del suolo, alla produttività della vegetazione e alle condizioni del territorio. Tra gli strumenti sviluppati in ambito europeo figura il JRC Land Productivity Dynamics dataset, utilizzato nel quadro UNCCD nei precedenti cicli di monitoraggio. Per il reporting 2026, la UNCCD indica invece come dataset LPD di default Trends.Earth, basato su dati MODIS, mentre JRC LPD e FAO-WOCAT LPD rimangono disponibili come dataset alternativi.

La possibilità di applicare metodologie coerenti a territori molto diversi costituisce uno dei principali vantaggi dell’osservazione satellitare. Nel Sahel, per esempio, le condizioni degli ecosistemi sono strettamente legate alla variabilità delle precipitazioni; in Mongolia gli eventi estremi conosciuti come dzud possono impedire al bestiame di accedere ai pascoli; nelle aree aride del Mediterraneo aumentano invece le pressioni associate a temperature più elevate, siccità prolungate e incendi. Sono fenomeni differenti, ma accomunati dalla necessità di osservazioni estese nello spazio e continue nel tempo.

La tecnologia, tuttavia, non elimina la necessità delle rilevazioni terrestri. I satelliti possono individuare variazioni della vegetazione e della copertura del suolo su grandi superfici, ma non ricostruiscono da soli elementi come le rotte della pastorizia, l’utilizzo stagionale delle risorse o le dinamiche socio-ecologiche delle comunità. Per questo l’integrazione tra dati satellitari, verifiche sul terreno e conoscenze locali rimane essenziale per interpretare correttamente ciò che viene osservato dallo spazio.

L’accesso aperto trasforma il dato satellitare in infrastruttura

Un secondo elemento distingue il modello europeo: i dati Copernicus sono disponibili gratuitamente e con accesso aperto. La caratteristica assume particolare rilevanza nei Paesi con risorse economiche e capacità nazionali di monitoraggio limitate, perché riduce la barriera finanziaria all’utilizzo di informazioni geospaziali su larga scala.

«Open access to satellite data is a game changer», osserva Orr. L’eliminazione delle barriere di costo permette ai Paesi di accedere a dati spaziali di alta qualità che altrimenti potrebbero risultare economicamente fuori portata. La disponibilità del dato, però, rappresenta soltanto il primo livello dell’infrastruttura: servono competenze, strumenti accessibili e capacità di integrare le informazioni satellitari nei sistemi nazionali di supporto alle decisioni.

È un passaggio rilevante anche per gli obiettivi di Land Degradation Neutrality definiti nell’ambito della UNCCD, per i quali la disponibilità di informazioni comparabili e continuative è necessaria a valutare l’evoluzione del territorio. Il Joint Research Centre (JRC) figura inoltre tra le istituzioni regionali che forniscono supporto tecnico al ciclo di reporting UNCCD del 2026, anche attraverso attività di capacity building rivolte a Paesi dell’Asia centrale, del Mediterraneo settentrionale e dell’Europa centrale e orientale.

Per la Space Economy, il caso dei rangelands mostra così una delle traiettorie più concrete dell’osservazione della Terra: il valore della capacità spaziale non termina con l’acquisizione dell’immagine satellitare, ma dipende dalla possibilità di trasformare serie di dati coerenti e accessibili in informazioni utilizzabili nel tempo.

Il passaggio dallo spazio al territorio avviene precisamente qui. Satelliti, archivi pluridecennali e servizi geospaziali consentono di osservare fenomeni ambientali su scale che le sole rilevazioni terrestri difficilmente potrebbero coprire. La sfida successiva è fare in modo che questa capacità tecnologica entri stabilmente nei processi decisionali, mantenendo l’integrazione con le osservazioni sul campo e con la conoscenza delle comunità che quei territori li utilizzano e li conoscono.

Fonte dati: Unione Europea

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Il team editoriale di Economia dello Spazio Magazine, il magazine di riferimento della Space Economy Made in Italy.